In concomitanza con le rievocazioni (sovente troppo enfatizzanti, retoriche e celebrative, oppure infamanti e demonizzanti) del "mitico" Sessantotto (pardon! chiedo venia per il
lapsus - non freudiano -, il termine mi è sfuggito... intenzionalmente, eh eh), vi propongo un'originale e saggia riflessione di Francesco "Baro" Barilli, apparsa sul sito Reti-Invisibili il 22 settembre 2005, in vista dell'allora imminente ricorrenza del 30esimo anniversario della morte del grande poeta, scrittore, artista e regista Pier Paolo Pasolini. La cui opera, assolutamente geniale e "profetica", quanto incompresa, fraintesa o bistrattata, presenta aspetti che sono ancora oggi di inquietante attualità, ad oltre 30 anni di distanza dalla morte dell'illustre intellettuale, sulle cui cause "misteriose" bisognerebbe far luce una volta per tutte.
Pasolini scrisse una delle sue poesie più discusse, più famose, più ricordate (spesso strumentalmente), ma anche paradossalmente meno capite: "Il PCI ai giovani". Il dibattito sulle lotte studentesche in corso in tutto il mondo arrivava anche in Italia; Pasolini scrisse alcuni versi che gli attirarono pesanti critiche da parte del movimento studentesco e, in generale, dei partiti della sinistra. Questi i versi maggiormente "incriminati":"... Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano. (...)

Hanno vent'anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d'accordo contro l'istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all'altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. ..."
Già nella poesia si poteva capire quanta ironia e quanti livelli di lettura ci fossero nel testo, ma in molti non seppero cogliere queste sfumature.
Pasolini comunque precisò più tardi il proprio pensiero in diversi scritti; grazie ad un bell'articolo di Angela Molteni, apparso su http://www.pasolini.net/, ne riporto alcuni stralci datati 17 maggio 1969: "quei miei versi, che avevo scritto per una rivista "per pochi", "Nuovi Argomenti", erano stati proditoriamente pubblicati da un rotocalco, "L'Espresso" (io avevo dato il mio consenso solo per qualche estratto): il titolo dato dal rotocalco non era il mio, ma era uno slogan inventato dal rotocalco stesso, slogan ("Vi odio, cari studenti") che si è impresso nella testa vuota della massa consumatrice come se fosse cosa mia. ... i poliziotti erano visti come oggetti di un odio razziale a rovescia, in quanto il potere oltre che additare all'odio razziale i poveri - gli spossessati del mondo - ha la possibilità anche di fare di questi poveri degli strumenti, creando verso di loro un'altra specie di odio razziale ...".
Il discorso lo si potrebbe anche chiudere qui, non fosse che di quella poesia, indipendentemente dalle successive precisazioni dell'autore, nella "testa vuota della massa consumatrice" ANCORA OGGI è rimasta solo la traccia superficiale della prima lettura.
Anche in tempi recenti si è cercato di strumentalizzare quelle parole quasi fossero una semplicistica ed acritica presa di posizione a favore dei celerini e contro gli studenti, e quasi le si potesse usare come una clava virtuale per demolire la nuova stagione di rinnovate lotte sociali. Per questi motivi è giusto approfondire la questione: voglio provare a farlo a modo mio, cominciando col raccontarvi una storia.
Io sono figlio di un poliziotto. I più superficiali potranno restare stupiti da questa "rivelazione", chiedendosi cosa ci faccia il figlio di un celerino in un sito come Reti-Invisibili, e magari s'interrogheranno su quali intricati percorsi psicologici ed affrontando quali sensi di colpa io sia arrivato ad essere uno degli animatori di questo sito. Niente di tutto questo, ma vediamo di fare un po' di chiarezza. Mio padre, classe 1926, partigiano e comunista, decimo di 12 figli, dopo la fine della guerra entrò nella Polizia di Stato.
Suppongo si trattasse di una delle poche opzioni lavorative che gli si presentarono all'epoca. Suppongo pure che non sia stato il solo giovane ex partigiano a fare quella scelta, e ci sarebbe da fare un'analisi ben più seria su questo fenomeno; probabilmente nell'immediato dopoguerra al "problema" dato dall'avere in circolazione un buon numero di giovani armati e "incazzati" fu contrapposta una serie di soluzioni: arruolarli nelle forze dell'ordine fu una di queste.
Non parlai mai con mio padre di come e perchè entrò nella Polizia di Stato; parlai invece di come e perché ne uscì; nel 1971 (se non erro), con tre figli da mantenere, scelse di entrare in fabbrica come operaio tornitore: troppo difficile per un comunista essere un poliziotto, mi disse. Non indagai oltre; non sembrò mai aver voglia di raccontarmi altro, in merito.
Io del resto da bambino non m'interrogavo certo sul perché mio padre avesse cambiato lavoro (semplicemente, nella mia ingenuità di bambino, mi dispiaceva non vedere più quell'omone in divisa con la fondina per la pistola); da ragazzo mi rivolsi a lui con la superficialità e la supponenza di un giovane contestatore cui poco interessano le scelte dei propri genitori, e lui si rivolse a me con diffidenza.
Non fu facile sciogliere il ghiaccio che si frapponeva fra l'affetto e l'incomunicabilità generazionale, e da adulto il mio interesse si rivelò purtroppo tardivo per entrambi... Ma non è questo il punto: mio padre poteva avere cento pregi e cento difetti, come tutti, ma io non sono fra quelli che ritengono i figli depositari in linea ereditaria dei pregi e dei difetti dei padri. Il punto sta in due riflessioni. In primo luogo tutto questo ha contribuito ad insegnarmi che la realtà è fatta di mille sfumature, anche quando ci viene presentata con la semplificazione di una contrapposizione fra due fazioni.
In secondo luogo mi ha insegnato che le valutazioni personali sulle persone appartenenti a certe strutture (o sulle motivazioni e le circostanze che hanno determinato quelle appartenenze) vanno tenute distinte dalle valutazioni di merito sulle strutture stesse, e viceversa. E qui torniamo a Pasolini, che non era certo uno sprovveduto. Sapeva che le forze dell'ordine, in Italia come all'estero, si erano ferocemente distinte per numerosi omicidi a danni di manifestanti, e questo ancora prima del 1968.
Sapeva che il nocciolo della questione non stava nel poliziotto sottoproletario malpagato, ma nel ruolo che a questo era stato attribuito. Sapeva, in altre parole, che sicuramente esistevano poliziotti "buoni" e poliziotti "cattivi", ma che, in quanto tutori di un dato ordine costituito, TUTTI i poliziotti rappresentavano un'unica entità omogenea, usata come strumento di repressione.
La divisione del mondo fra ricchi e poveri andava inasprendosi, ed il vero nemico (il Potere) era abbastanza scaltro da riuscire ad utilizzare strumentalmente anche "certi" poveri verso "altri" poveri: nella sua poesia Pasolini intendeva sottolineare quanto di paradossale e pericoloso ci fosse in tutto questo.
Ma se la scandalosa strumentalizzazione delle parole di Pasolini da parte della destra è comprensibile, nella perversa logica della lotta politica "all'italiana" (fatta spesso NON di fatti e di idee, ma di uso distorto dei primi e delle seconde), la miopia della sinistra di fronte all'articolata presa di posizione dell'intellettuale risulta meno scusabile; e soprattutto sembra avere avuto effetti anche più disastrosi.

E' opportuno precisare che il modello di poliziotto "sottoproletario e malpagato" da tempo non è più attuale, ma è innegabile che a sinistra non ci si sia resi conto di quanto importante fosse la battaglia per arrivare ad un maggiore "spirito democratico" interno alle forze dell'ordine e ad una loro formazione non-violenta, rassegnandosi ad assegnare alle forze di polizia il ruolo di "nemico" a priori.

A questo proposito, per darvi un ulteriore elemento di riflessione chiudo questo articolo riportando di seguito un estratto dell'intervista da me fatta a Stefano Tassinari, scrittore bolognese autore di "I segni sulla pelle", romanzo imperniato sui tragici giorni di luglio 2001 a Genova (l'intervista completa la trovate qui: http://www.ecomancina.com/tassinari.htm): "Io credo abbiano fatto una selezione preventiva sulle persone da mandare a
Genova. ... Io credo che in questi anni si sia sbagliato nel non continuare la battaglia iniziata nei primi anni 80, per una polizia più "democratica". Dopo la smilitarizzazione della Polizia li abbiamo lasciati da soli, abbiamo pensato che il lavoro fosse finito... Invece, specie negli ultimi anni, è cominciato dalla parte contraria un lavoro metodico di selezione e formazione politica delle nuove reclute. ..."
Fonte: Reti-Invisibili
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rifiuti, nell'immaginario collettivo si è determinata una sorta di "maledizione", si è sviluppata una rappresentazione negativa che ha contribuito ad infamare e bollare il popolo partenopeo agli occhi dell'opinione pubblica nazionale ed internazionale come una plebe corrotta e malvagia. Per la serie: "brutti, sporchi e cattivi".
Tanto per citare un esempio banale, in alcuni articoli apparsi su vari giornali e blog presenti su Internet, ho avuto modo di intercettare una forma di astio e di razzismo latente contro i Napoletani, un sentimento di biasimo e disprezzo che serpeggia anche in ambienti considerati "colti".

Nella fattispecie particolare mi riferisco ad una sorta di spirale autorazzista che potrebbe generare implicazioni perverse e conflittuali, difficili da gestire in modo razionale.
Non si può stigmatizzare e screditare, o addirittura detestare e maledire un intero popolo per quelli che sono le sue consuetudini e le sue caratteristiche di tipo storico e antropologico-culturale. A tale proposito esorterei a leggere gli studi di antropologia culturale di Claude Lévi-Strauss.
Da cui bisognerebbe imparare un approccio possibilmente storico-relativistico rispetto agli usi e costumi di popoli distanti ed estranei rispetto al nostro modo di vivere e di pensare, senza scadere in facili ed ignobili pregiudizi moralistici, derivanti da una presunta superiorità etico-spirituale, intellettuale, o addirittura etnica e "razziale", della cosiddetta civiltà occidentale.
Non si può condannare e criminalizzare moralmente una popolazione ritenuta "primitiva" se questa pratica, ad esempio, riti pagani, sacrifici umani o il cannibalismo, per quanto tali comportamenti possano risultare abominevoli e ripugnanti ai nostri occhi. Così come non si può demonizzare e perseguitare il popolo
Rom per le sue ataviche tendenze e disposizioni all'elemosina o al furto. Malgrado tali attitudini ci appaiano profondamente riprovevoli e detestabili, o addirittura perseguibili penalmente. I nostri codici di valutazione e di comportamento, etico, civile e penale, non coincidono necessariamente con gli schemi e i parametri valoriali assunti da altri popoli ed altre culture. Ciò che per noi può rappresentare un "peccato" o una colpa esecrabile, o addirittura un reato da punire severamente, per altri popoli può essere un atto normale e naturale. Se noi vogliamo considerarci e proclamarci "civili", "progrediti" e "tolleranti", dobbiamo dimostrarlo non a chiacchiere, ma nella sostanza degli atteggiamenti e dei gesti concreti, ponendoci anzitutto in modo corretto di fronte alle differenze antropologico-culturali.
Le usanze e le tradizioni culturali, morali e sociali di un popolo sono difficili da modificare. I processi di mutamento innescati sul terreno antropologico-culturale possono essere lenti, difficili e complessi, ed esigono tempi di svolgimento estremamente lunghi.
Tuttavia, mi risulta che le popolazioni napoletane, specialmente le giovani generazioni, stanno provando a cambiare radicalmente le insane abitudini "plebee" di cui sono tacciate.
trasmessa lo scorso 5 giugno, ho ascoltato la preziosa testimonianza di un ragazzo di Chiaiano che spiegava come gruppi di giovani napoletani si fossero autonomamente organizzati per effettuare la raccolta differenziata, ma sono impossibilitati ad attuare le loro buone intenzioni in quanto gli amministratori locali hanno "le mani legate", così come hanno ammesso gli stessi amministratori.
filo-camorrista, rivolta in una determinata direzione, tesa a privilegiare e tutelare non il bene comune delle popolazioni locali, bensì gli interessi economici privati delle cosche criminali, fiancheggiate da comitati affaristici complici e conniventi e da alcuni esponenti del potere politico ed imprenditoriale. E' ormai palese che tale "emergenza",
che perdura ormai da oltre un decennio, è quanto meno strana e discutibile, direi che si tratta di un'emergenza innescata e pilotata da alcuni centri di potere di origine occulta e senza dubbio criminale, molto probabilmente collusi con alcuni rappresentanti delle istituzioni locali, regionali e nazionali, ma anche (perché escluderlo?) internazionali. Infatti, le autorità locali sembrano avere proprio le "mani legate" quando si accingono ad applicare soluzioni (inclini ad esempio alla realizzazione di
alte percentuali di raccolta differenziata) che non sono gradite al sistema camorrista, in quanto poco funzionali agli scopi dei clan e di altri gruppi affaristici più o meno legalizzati. A cui invece conviene che si adottino altre risposte quali (appunto) le discariche e gli inceneritori, che evidentemente consentono di lucrare e di ottenere ingenti profitti economici. Ed è esattamente la linea politica che si sta cercando di imporre a scapito delle popolazioni campane. Sia con le buone che con le cattive.