Si tratta di un contributo molto valido ed utile per la rievocazione e la ricostruzione degli avvenimenti più dirompenti e significativi del 1968, in occasione del suo quarantennale. Fu un anno che mise il mondo sottosopra, rovesciando e travolgendo istituzioni, leggi, norme, principi e valori del passato. Il '68 fu uno dei momenti fatidici e cruciali della storia, in cui i figli uccidono (metaforicamente) i padri, imprimendo una svolta radicale e rivoluzionaria al cammino dell'intera umanità.
delle Brigate rosse, quel lungo ciclo di conflittualità sociali e tensioni politiche che si era messo in moto nella seconda metà degli anni ’60: il lungo ’68 italiano. Solo un anno prima, il 1977 aveva aperto nuove lacerazioni e messo in luce l’emergere di un panorama sociale frammentato, agitato dagli esordi inquietanti e incerti di un diverso sistema produttivo. I nuovi rivoltosi, i “non garantiti” (pionieri di una condizione che sarebbe diventata di massa ), segnavano già la differenza dai fratelli maggiori del ’68, dalla loro mentalità, dalle loro ideologie, dalle loro forme di organizzazione politica, ma non avevano operato una vera e propria soluzione di continuità, vivevano e agivano all’interno di quel medesimo ciclo – peraltro già fratturato al suo interno dalla rivoluzione femminista.

fatti sanguinosi, trasformazioni sociali e presa di parola di nuove soggettività era stato dipanato dai tribunali, sciolto in una generale demonizzazione dei conflitti, nel culto della “governabilità” e in una totale diffidenza verso tutto ciò che proveniva “dal basso”. La passione per gli “affari” sommergeva la politica, e un amore si chiamava ormai “investimento affettivo”. Tutto era cambiato e si poteva dunque cominciare a tracciare un bilancio, avviare una indagine storica, chiedersi cosa era stato, il come e il perché di quegli eventi e di quegli esiti. Senza nulla concedere a un autocelebrazione nostalgica, non si poteva rimanere silenziosi di fronte alla lettura cinica e sprezzante che i pentiti e i parvenus degli anni ’80 davano del decennio dei movimenti.
Si faceva storia ragionando politicamente e si ragionava politicamente guardando alla storia. Ci dedicammo, allora, con questi dodici fascicoli, a una ricostruzione minuziosa dei fatti, a un esame accurato delle idee, dei costumi, delle forme di comunicazione.
Guardando ai movimenti del ’68 su scala mondiale, cogliendone il carattere globale “ante litteram”, nonché le diverse temporalità. Il lungo ciclo di conflitti in Italia non ebbe, infatti, corrispondenti in altri paesi del mondo.
e cambogiana i boat people e i massacri di Pol Pot, ma quelli erano gli esiti sotto gli occhi di tutti e bisognava farci i conti senza omissioni o ipocrisie. Tuttavia, in quel ventennale, mancava ancora un anno per entrare pienamente nel tempo presente. Il 1989 fu considerato da alcuni come l’effetto di un mancato o interrotto ’68 nell’Europa dell’est, o come un frutto tardivo di quello mondiale; da altri, al contrario, come la certificazione storica della sua conclusione e della sua sconfitta. Certo anche nell’89 una cappa era stata infranta, molte libertà conquistate, una grande voglia di cambiamento si era messa in moto: anche i grigi paesi dell’est ebbero la loro “carnevalata” (così De Gaulle aveva definito il maggio francese).
Ma avrebbero avuto anche la conseguente quaresima, e cioè il duro apprendistato dell’economia
di mercato e gli orrori dei nazionalismi contemporanei. L’epoca senza qualità che si è aperta da allora e che ci ha transitati nel XXI secolo apre, all’indietro, nuove domande sull’epoché del 68 e sui suoi effetti, più dense e più ruvide di quelle che ad ogni anniversario puntualmente rispuntano nei media, riducendolo a un passaggio della modernizzazione e della democratizzazione riassorbito dalla storia sempre uguale del potere.
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In concomitanza con le rievocazioni (sovente troppo enfatizzanti, retoriche e celebrative, oppure infamanti e demonizzanti) del "mitico" Sessantotto (pardon! chiedo venia per il
lapsus - non freudiano -, il termine mi è sfuggito... intenzionalmente, eh eh), vi propongo un'originale e saggia riflessione di
Pasolini scrisse una delle sue poesie più discusse, più famose, più ricordate (spesso strumentalmente), ma anche paradossalmente meno capite: "Il PCI ai giovani". Il dibattito sulle lotte studentesche in corso in tutto il mondo arrivava anche in Italia; Pasolini scrisse alcuni versi che gli attirarono pesanti critiche da parte del movimento studentesco e, in generale, dei partiti della sinistra. Questi i versi maggiormente "incriminati":
Già nella poesia si poteva capire quanta ironia e quanti livelli di lettura ci fossero nel testo, ma in molti non seppero cogliere queste sfumature.
Pasolini comunque precisò più tardi il proprio pensiero in diversi scritti; grazie ad un bell'articolo di Angela Molteni, apparso su
Il discorso lo si potrebbe anche chiudere qui, non fosse che di quella poesia, indipendentemente dalle successive precisazioni dell'autore, nella "testa vuota della massa consumatrice" ANCORA OGGI è rimasta solo la traccia superficiale della prima lettura.
Anche in tempi recenti si è cercato di strumentalizzare quelle parole quasi fossero una semplicistica ed acritica presa di posizione a favore dei celerini e contro gli studenti, e quasi le si potesse usare come una clava virtuale per demolire la nuova stagione di rinnovate lotte sociali. Per questi motivi è giusto approfondire la questione: voglio provare a farlo a modo mio, cominciando col raccontarvi una storia.
Io sono figlio di un poliziotto. I più superficiali potranno restare stupiti da questa "rivelazione", chiedendosi cosa ci faccia il figlio di un celerino in un sito come Reti-Invisibili, e magari s'interrogheranno su quali intricati percorsi psicologici ed affrontando quali sensi di colpa io sia arrivato ad essere uno degli animatori di questo sito. Niente di tutto questo, ma vediamo di fare un po' di chiarezza. Mio padre, classe 1926, partigiano e comunista, decimo di 12 figli, dopo la fine della guerra entrò nella Polizia di Stato.
Suppongo si trattasse di una delle poche opzioni lavorative che gli si presentarono all'epoca. Suppongo pure che non sia stato il solo giovane ex partigiano a fare quella scelta, e ci sarebbe da fare un'analisi ben più seria su questo fenomeno; probabilmente nell'immediato dopoguerra al "problema" dato dall'avere in circolazione un buon numero di giovani armati e "incazzati" fu contrapposta una serie di soluzioni: arruolarli nelle forze dell'ordine fu una di queste.
Non parlai mai con mio padre di come e perchè entrò nella Polizia di Stato; parlai invece di come e perché ne uscì; nel 1971 (se non erro), con tre figli da mantenere, scelse di entrare in fabbrica come operaio tornitore: troppo difficile per un comunista essere un poliziotto, mi disse. Non indagai oltre; non sembrò mai aver voglia di raccontarmi altro, in merito.
Io del resto da bambino non m'interrogavo certo sul perché mio padre avesse cambiato lavoro (semplicemente, nella mia ingenuità di bambino, mi dispiaceva non vedere più quell'omone in divisa con la fondina per la pistola); da ragazzo mi rivolsi a lui con la superficialità e la supponenza di un giovane contestatore cui poco interessano le scelte dei propri genitori, e lui si rivolse a me con diffidenza.
Non fu facile sciogliere il ghiaccio che si frapponeva fra l'affetto e l'incomunicabilità generazionale, e da adulto il mio interesse si rivelò purtroppo tardivo per entrambi... Ma non è questo il punto: mio padre poteva avere cento pregi e cento difetti, come tutti, ma io non sono fra quelli che ritengono i figli depositari in linea ereditaria dei pregi e dei difetti dei padri. Il punto sta in due riflessioni. In primo luogo tutto questo ha contribuito ad insegnarmi che la realtà è fatta di mille sfumature, anche quando ci viene presentata con la semplificazione di una contrapposizione fra due fazioni.
In secondo luogo mi ha insegnato che le valutazioni personali sulle persone appartenenti a certe strutture (o sulle motivazioni e le circostanze che hanno determinato quelle appartenenze) vanno tenute distinte dalle valutazioni di merito sulle strutture stesse, e viceversa. E qui torniamo a Pasolini, che non era certo uno sprovveduto. Sapeva che le forze dell'ordine, in Italia come all'estero, si erano ferocemente distinte per numerosi omicidi a danni di manifestanti, e questo ancora prima del 1968.
Sapeva che il nocciolo della questione non stava nel poliziotto sottoproletario malpagato, ma nel ruolo che a questo era stato attribuito. Sapeva, in altre parole, che sicuramente esistevano poliziotti "buoni" e poliziotti "cattivi", ma che, in quanto tutori di un dato ordine costituito, TUTTI i poliziotti rappresentavano un'unica entità omogenea, usata come strumento di repressione.
La divisione del mondo fra ricchi e poveri andava inasprendosi, ed il vero nemico (il Potere) era abbastanza scaltro da riuscire ad utilizzare strumentalmente anche "certi" poveri verso "altri" poveri: nella sua poesia Pasolini intendeva sottolineare quanto di paradossale e pericoloso ci fosse in tutto questo.
Ma se la scandalosa strumentalizzazione delle parole di Pasolini da parte della destra è comprensibile, nella perversa logica della lotta politica "all'italiana" (fatta spesso NON di fatti e di idee, ma di uso distorto dei primi e delle seconde), la miopia della sinistra di fronte all'articolata presa di posizione dell'intellettuale risulta meno scusabile; e soprattutto sembra avere avuto effetti anche più disastrosi.

Genova. ... Io credo che in questi anni si sia sbagliato nel non continuare la battaglia iniziata nei primi anni 80, per una polizia più "democratica". Dopo la smilitarizzazione della Polizia li abbiamo lasciati da soli, abbiamo pensato che il lavoro fosse finito... Invece, specie negli ultimi anni, è cominciato dalla parte contraria un lavoro metodico di selezione e formazione politica delle nuove reclute. ..."